Sentenza, femminicidio, stupro
Stupro di capodanno, la sentenza:
“Un gesto d’ira non premeditato”
Il gup di Roma Luigi Fiasconaro ha depositato le motivazioni della sentenza con cui ha condannato Davide Franceschini a due anni e otto mesi per violenza sessuale ai danni di una giovane 25enne Un gesto di rabbia perché era stato deriso dalla ragazza durante il rapporto sessuale circa la sua prestazione. Così il gup di Roma Luigi Fiasconaro sintetizza i motivi dello stupro di Capodanno avvenuto alla Fiera di Roma e per il quale è stato condannato Davide Franceschini per violenza sessuale e lesioni gravi psicologiche e fisiche ai danni di una ragazza di 25 anni.Nelle provvedimento il magistrato afferma che i due giovani si erano conosciuti durante la festa verso le 4.30. Entrambi “molto ubriachi e sotto l’effetto di sostanze stupefacenti” erano stati visti “recarsi in un bagno chimico al fine di consumare un rapporto sessuale”. Ma qui, secondo la ricostruzione del gup, Franceschini “verosimilmente a cagione della pregressa abbondante assunzione di alcol e cocaina” non era riuscito a soddisfare la ragazza e questa lo “aveva preso in giro ed umiliato”. La situazione, per il gup, degenerò quando Franceschini, nel tentativo di “dare comunque soddisfazione alla ragazza” fu ulteriormente deriso e la sua virilità messa in discussione. Da qui la degenerazione e le lesioni provocate alla ragazza. “Sia la natura oggettiva di abnormità del gesto sessuale realizzato, sia le motivazioni dettate dalla rabbia, tale gesto integra all’evidenza il delitto di violenza sessuale”, conclude il gup.
Lunedì 22 giugno 2009 19.22
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Un 45enne ha colpito la moglie di 33 anni con un coltello da cucina
mentre stava accompagnando il loro figlio di due anni a scuola. Morta dopo il ricovero
Orrore davanti a un asilo milanese
accoltellata con il bimbo in braccio
Il piccolo salvato da una istitutrice che l’ha tolto dalle braccia della donna prima dell’aggressione
Alla scena hanno assistito anche mamme e bambini. L’uomo è stato arrestato dopo una breve fuga
MILANO - Accoltellata a morte davanti all’asilo nido dove stava accompagnando il figlio di due anni. A uccidere Monica Morra, 33 anni, è stato il marito quarantacinquenne, Massimo Merafina, impiegato alle poste, catturato dopo una breve fuga. La tragedia si è consumata stamane alle 8.40 in via Cova, zona Monforte, a Milano, davanti ad altre mamme e ad alcuni bambini.
Da pochi mesi i due, che si stavano separando, non vivevano più insieme. Merafina stamane attende la donna e suo figlio all’ingresso dell’asilo. E’ vestito bene, l’abito gessato, una camicia bianca. Ma ha il braccio sinistro stranamente fasciato. Massimo affronta Monica che tiene ancora il piccolo in braccio. Iniziano a litigare. Il cellulare di Monica squilla, lei risponde e Massimo perde la testa: comincia a picchiare la donna. Schiaffi, calci. Le urla delle mamme fuori dall’asilo costringono le educatrici a uscire dalle aule. Il bimbo viene probabilmente salvato dalla prontezza di riflessi di un’educatrice che lo strappa dalle braccia della madre, portandolo all’interno.
L’uomo perde completamente il controllo. Estrae dalla fasciatura un coltello da cucina e vibra quattro fendenti. La lama tocca il cuore della donna che crolla a terra: lui infierisce ancora su di lei mentre dall’asilo qualcuno chiede l’aiuto dei carabinieri e del 118. Massimo scappa a piedi, lasciando Monica agonizzante. Abbandona anche l’arma, ritrovata insieme alle bende della finta fasciatura.
L’ambulanza porta Monica, in arresto cardiocircolatorio, in pochi minuti all’ospedale San Raffaele, dove i medici tentano l’impossibile con un intervento chirurgico. Ma non c’è nulla da fare. La donna muore.
Merafina, che ha molti precedenti penali e un passato di tossicodipendenza e alcolismo, viene bloccato dopo una ventina di minuti a circa 600 metri dall’asilo. Qualcuno lo vede mentre beve una birra in un bar. Poi imbocca viale Corsica. I carabinieri in moto lo avvistano seduto su una panchina davanti alla fermata del tram.
Quando capisce che i militari mettono le moto sui cavalletti per avvicinarsi a lui, Merafina tenta di salire al volo su un tram della linea 27. Ma l’autista, che nota la sua agitazione, la camicia bianca sporca di sangue e i carabinieri che corrono, blocca le porte e non permette all’uomo di salire. Merafina viene preso, identificato e quindi fermato.
L’uomo non parla ai carabinieri che lo interrogano.
Soprattutto, non spiega il perché. Il piccolo resta all’asilo ad aspettare la sua mamma che non tornerà più.
(23 giugno 2009)
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Rapita e violentata dall’amico del bar
Ventiquattrenne riesce a gridare, salvata dopo una notte da incubo. La ragazza aveva accettato l’invito a casa di un conoscente, ora in carcere
SEGUSINO (Treviso) — S’erano conosciuti in un bar. Una simpatia reciproca, una sporadica frequentazione. Nessuna relazione, secondo lei. Qualcosa di più, da parte di lui. Tanto da segregarla, stuprarla e picchiarla finché i vicini hanno sentito urlare la vittima e i carabinieri hanno arrestato il bruto, un 40enne di Segusino accusato di aver abusato di una 24enne di Conegliano. Storia tutta trevigiana, con protagonisti italiani. M.C. è un pregiudicato per diversi reati, la ragazza invece è al momento disoccupata. Qualche mese fa i due si incontrano per caso in un locale di tendenza nella città del Cima. A quanto pare i due si piacciono, ma in lei non scocca il colpo di fulmine che forse lui si aspetterebbe. Passano alcune settimane e capita, da clienti dello stesso esercizio pubblico, di incrociarsi qualche volta. Come domenica sera, quando i due bevono qualcosa insieme. L’uomo invita la giovane a casa sua, nel piccolo centro pedemontano di Segusino, per terminare insieme la serata. Non è chiaro se la donna non immagini minimamente che l’amico voglia avere un amplesso, o se piuttosto un approccio di intimità magari gradito degeneri improvvisamente in un rapporto violento.Quel che è certo, secondo la ricostruzione dei carabinieri, è che verso le 2.30 di ieri notte dall’abitazione di via Canton cominciano ad uscire disperate grida d’aiuto. Così i vicini allertano una pattuglia che si trova in zona per una serie di controlli del territorio. I militari accorrono e trovano aperta la porta della casa. C’è lui, ma c’è anche lei. La ragazza piange, sanguina e racconta. Sotto choc, con diverse contusioni in varie parti del corpo ed alcune piccole ferite in testa, la 24enne implora i carabinieri di salvarla da quello che descrive come il suo aguzzino. Stando al suo racconto, il 40enne l’avrebbe tenuta bloccata nell’alloggio, impedendole di scappare. Dopodiché il pregiudicato l’avrebbe violentata e pure malmenata, per costringerla a subire il rapporto e per evitare che la donna potesse fuggire.
La ragazza avrebbe anche provato a correre fuori, ma sarebbe stata raggiunta e tenuta ferma da M.C., il quale però non avrebbe fatto i conti con la capacità della sua vittima di urlare fino a richiamare l’attenzione dei residenti della zona. Trovando attendibile la descrizione dei fatti fornita dalla donna, i militari hanno stretto le manette ai polsi dell’uomo, con le accuse di sequestro di persona e violenza sessuale. Accompagnata nella caserma di Valdobbiadene, la ragazza è stata visitata da un medico, che da un primo esame ha riscontrato la presenza delle lesioni denunciate dalla giovane. Ora il suo ex amico è in carcere a Treviso.
Angela Pederiva
23 giugno 2009
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